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Non è un paese per riformisti

 

I fronti aperti sono tre. Non necessariamente nell’ordine in cui li cito.

Le riforme (istituzionali e socio-economiche). C’è un bel dire che le riforme sono una trappola, che c’è ben altro da fare, che bisogna andare al sodo, che basta coi formalismi. La verità, sotto gli occhi di tutti, è che lo Stato è a pezzi, le istituzioni sono un colabrodo, l’immagine della politica è deteriorata, la legge elettorale fa schifo (una porcata, appunto) e garantirà lunga vita al berlusconismo, la giustizia italiana (soprattutto quella civile) non funziona, il welfare andrebbe ripensato su basi finalmente rinnovate, Berlusconi per di più è pronto a instaurare una specie di monarchia assoluta (Lega permettendo). Si può far finta di niente. Si può voltare lo sguardo sdegnati. Duri e puri. Integri. E si può perfino gridare al complotto, o all’inciucio, o al dalemismo (te pareva!), il fatto resta. Ci fregano se NON ci occupiamo di riforme, e non invece se ce ne occupiamo con l’attenzione dovuta! Sia chiaro.

Il partito. Allo stato attuale il PD è ancora affetto dalla "Sindrome di Loft". È una specie di comitato elettorale, animato da logiche correntizie (a esser buoni), più pronto allo scambio che alla politica-politica, refrattario alle idee, quasi anonimo. La proposta di Prodi è velenosa, ma è un sasso nello stagno, ed è capace di suscitare dibattito. Cacciari dice che siamo in ritardo di 15 anni, e che un partito federale potrebbe essere la miccia giusta per ripartire su basi nuove. Forse ha ragione. Eppure la sensazione sgradevole è quella di ritornare alle formule astratte, alle locuzioni incomprensibili, all’ombelico del mondo, all’astrattezza. Quando servirebbe esattamente il contrario. Stefano Cappellini sul Riformista dice che l’ennesima discussione sul soggetto sarebbe opera del miglior tafazzismo. Ciò non toglie che Bersani guidi, poveraccio, una macchina con le gomme a terra, quasi senza benzina, coi freni scarichi, la meccanica usurata. Dove può portare una macchina così? Boh.

Le idee e i contenuti. Dopo le 289 pagine del programma dell’Unione, servirebbe qualcosa di più semplice, sintetico, essenziale. E soprattutto servirebbero idee-forza, contenuti sui quali aggregare consenso, punti di programma, e non chiacchiere mediatiche o da conventicola. Il partito non può essere un guscio vuoto, non può affidarsi ai potentati locali, agli scambi, alle relazioni, alle formule di comunicazione. Io DEVO poter associare al partito una o più idee. Questa smania di appiattirsi al centro (terze vie, moderatismo, centrismo, ecc.) è dannosa per un motivo essenziale: si diventa marmellata, si entra in una palude magmatica, si appare più neri delle vacche nere, si rischia l’anonimato, l’anomia, l’indeterminatezza, la liquefazione. Ma non solo agli occhi dei cittadini, persino ai nostri occhi. Il partito è prender-parte ed esser-parte: da ciò deriva logicamente e ineluttabilmente la ricerca di distinzione e di differenza. Senza differenza niente idee. Senza idee niente differenza. Serve determinazione, dunque, soprattutto sul piano dei contenuti. Dopo di che si può discutere con chiunque senza temere nulla. Cossutta (non Follini) una volta disse che si è pronti a qualsiasi compromesso se se si è certi della propria identità e della saldezza delle proprie idee. Ecco.

Pubblicato il 14/4/2010 alle 16.46 nella rubrica Politica.

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